MILANO – L’assunzione di cannabis light non può costare il posto di lavoro a un militare, specialmente se la sostanza è liberamente acquistabile sul territorio nazionale.

Lo ha stabilito il TAR Lombardia con una storica decisione cautelare emessa lo scorso 28 luglio – sospendendo il provvedimento di espulsione adottato dal Comandante Interregionale della Guardia di Finanza di Milano, nei confronti di un graduato – ordinandone l’immediato reintegro in servizio.

La vicenda nasce da un controllo tossicologico sulle urine, all’esito del quale il militare era risultato positivo ai cannabinoidi (THC). Di fronte al verdetto dei test, l’Amministrazione della Guardia di Finanza, peraltro in aperta violazione al principio di proporzionalità in materia disciplinare, aveva reagito con estremo rigore, comminando la massima sanzione disciplinare di Stato della perdita del grado per rimozione per motivi disciplinari.

Per l’Amministrazione della Guardia di Finanza il verdetto è senza appello: scatta la sanzione più grave, la “rimozione dal grado”. In altre parole, il licenziamento. Secondo il Corpo, il militare avrebbe tradito il giuramento di fedeltà alla Repubblica, tenendo una condotta incompatibile con lo status di appartenente a una forza di polizia.

Il Finanziere, però, non ci sta e decide di fare ricorso al TAR Lombardia, svelando un retroscena decisivo: non si tratta di nessuna droga illegale acquistata, come ipotizza l’amministrazione militare in chissà quale piazza di spaccio. La positività era dovuta esclusivamente al consumo di “cannabis light”, quella per intenderci con basso THC (sotto lo 0,6%) e alti livelli di CBD, liberamente in vendita nei tantissimi “grow shop” diffusi in tutta Italia.

Lo Studio Legale Russo – Caradonna ha potuto dimostrare una realtà diversa da quella adombrata dal Corpo di appartenenza del militare: la positività non era legata al consumo di sostanze stupefacenti illegali, bensì all’assunzione frequente o in elevate quantità di cannabis light. Si tratta di un prodotto caratterizzato da un alto contenuto di CBD e da una percentuale di THC strettamente inferiore allo 0,6%, dunque privo di effetti psicotropi droganti, ma comunque in grado di lasciare tracce temporanee negli esami biologici, rinvenibile anche on line.

Il legale del militare ha sottolineato l’assurdità della situazione: “Siamo di fronte a un paradosso inaccettabile. Il mio assistito ha semplicemente consumato un prodotto che lo Stato italiano permette di produrre, pubblicizzare e vendere regolarmente, pagandoci sopra le tasse. Non si è mai drogato, non ha mai violato la legge, né ha mai svolto il suo servizio in stato di alterazione psicofisica. Punirlo con il licenziamento significa applicare una sanzione totalmente sproporzionata e ideologica, che calpesta la dignità di un lavoratore e la stessa coerenza delle leggi dello Stato.”.

I Giudici del Tribunale Amministrativo lombardo hanno accolto in pieno la linea difensiva, sospendendo il licenziamento e ordinando per l’effetto al Corpo della Guardia di Finanza di restituire la divisa e il grado al militare.

Questa pronuncia rappresenta un precedente importantissimo per migliaia di donne e uomini in divisa. Il messaggio del TAR è chiaro: i regolamenti interni e la disciplina militare sono fondamentali, ma non possono ignorare le leggi dello Stato, né trasformare un comportamento perfettamente lecito in una condotta censurabile tale da essere punita con la perdita del lavoro, senza peraltro tenere il considerazione lo stato di servizio esemplarmente svolto per oltre un trentennio dal militare, mai prima d’allora destinatario di alcuna sanzione disciplinare.

 

STUDIO LEGALE RUSSO CARADONNA